Le verità scomode della plastica

Non è tutto GREEN quello che LUCCICA

Il PlasticFreeJuly è il movimento mondiale per contrastare l’inquinamento da plastica. Nasce nel 2011 in Autralia su iniziativa della Plastic Free Foundation che vuole promuovere iniziative e comportamenti per una riduzione dell’uso della plastica
È quindi una challenge, una sfida – non una gara – a utilizzare meno plastica possibile andandola a sostituire con altri materiali, più sostenibili.

Ma sarà davvero così? Mettere al bando la plastica è sempre la soluzione più sostenibile?
Vediamo!

I NUMERI DELLA PLASTICA

Al mondo abbiamo prodotto ben 8,3 miliardi tonnellate di materie plastiche a partire dai primi anni 50 fino ad oggi.

Secondo il rapporto OCSE, soltanto il 15% dei rifiuti di plastica viene riciclato nel mondo. Il 25% viene bruciato in inceneritori o termovalorizzatori. Il restante 60% va in discarica, viene bruciato all’aperto (rilasciando inquinanti e gas serra) o finisce nell’ambiente.

Perchè non si ricicla correttamente?

– per noncuranza
– è ancora più conveniente fare nuova plastica che produrne di riciclata
– per la difficoltà di separare polimeri differenti

IL GREAT PACIFIC GARBAGE PATCH

Si chiama Pacific Trash Vortex oppure Great Pacific Garbage Patch ed è a tutti gli effetti un’isola di rifiuti che galleggia nel nostro Oceano Pacifico. Il 99,9% è costituita da plastiche. Secondo l’ultimo report “Ghost Gear: The Abandoned Fishing Nets Haunting Our Oceans” la maggior parte dei rifiuti di plastica sono reti da pesca, un dato importante e che fa pensare. Se non invertiamo la marcia entro il 2050 nei nostri mari ci sarà più plastica che pesci.
Possiamo sostituire tantissimi oggetti di uso quotidiano con alternative plasticfree, ma occorre anche ripensare completamente il nostro modo di vivere e le nostre scelte alimentari.

L’ALTERNATIVA BIO

Anche il concorrente numero uno della plastica,  la bioplastica (intesa come prodotta da biomasse rinnovabili, biodegradabile/compostabile – ce ne sono anche di altri tipi, prodotte da materiali fossili oppure non biodegradibili e non compostabili) ha i suoi svantaggi:

1. Deforestazione: se ci immaginiamo un futuro senza plastica, sostituita dalla bioplastica, dobbiamo anche immaginarci enormi distese di colture atte a produrre questo materiale: amido di mais, grano, canna da zucchero… andando incontro a possibili deforestazioni. Per fortuna ci sono anche bioplastiche prodotte dagli scarti di certe colture come pomodori o banane.

2. Il costo: allo stato attuale delle cose, i costi di produzione sono ancora piuttosto elevati rispetto alle plastiche convenzionali e questo incide sul prezzo finale del prodotto finito

3. Cè molta confusione su dove buttarla, come smaltirla e quindi spesso si sbaglia, facendo ancora peggio.

LE ALTRE ALTERNATIVE: CARTA, ALLUMINIO, VETRO E SFUSO

CARTA

Uno studio della Environment Agency del Regno Unito ha dimostrato che “il maggiore impatto ambientale di un sacchetto è causato dallo sfruttamento delle risorse utilizzate per la sua produzione. Nel caso della carta si tratta di alberi che vengono abbattuti e lavorati con vasto impiego di acqua, sostanze chimiche, combustibile e macchinari. Per essere prodotti, i sacchetti di carta richiedono fino a 70 volte l’energia necessaria per quelli di plastica e 17 volte in più di acqua. E anche per riciclarli è necessaria più energia.”

Inoltre l’associazione europea dei consumatori Beuc nel rapport “More than a piper tiger” ha individuato alcune criticità sull’impiego della carta ad uso alimentare. In pratica sono stati evidenziati dei rischi legati alla presenza di sostanze chimiche piuttosto problematiche in grado di migrare negli alimenti.

Siamo punto e a capo.

ALLUMINIO

Buone notizie sul fronte alluminio: secondo il CIAL (Consorzio Nazionale Imballaggi Alluminio) in Italia ne viene riciclato il 70% risparmiando in CO2 sia lato produzione sia lato trasporto.

Infatti il riciclo dell’alluminio è ritenuto sostenibile poiché l’energia impiegata è pari al 5% di quella totale utilizzata per la produzione di alluminio primario estratto dalle miniere.

Tuttavia l’alluminio non è inossidabile, rendendo quindi necessaria in alcuni casi l’applicazione di un rivestimento all’interno del contenitore per isolare il metallo dal contatto diretto con la bevanda. Questi rivestimenti possono però deterioriarsi e favorire fenomeni di migrazione (l’alluminio è un materiale tossico per il sistema nervoso).

VETRO

Il vetro è spesso considerato come una buonissima alternativa alla plastica, e spesso lo è davvero. Tuttavia occorre ragionare in una visione più complessiva, dando valore all’oggetto a partire dalla culla fino alla tomba. Introduciamo quindi il concetto di LCA: Life-Cycle Assessment, ossia l’analisi del ciclo di vita di un prodotto. Dividiamolo in 4 tappe:
– le materie prime
– la produzione
– l’imballaggio
– l’uso
– il riciclo o lo smaltimento

Scopriremo tante cose interessanti tipo che: “il vetro è il materiale con il più alto impatto ambientale per il peso (quindi impatto sul trasporto e distribuzione) e per il consumo di energia necessaria alla sua produzione (1000 – 1600 °C) e al suo riciclo”.*

Ahia.

Se pensiamo di fare bene comprando un dentifricio in vetro che viene dal Canada apposta per noi invece che prendendo un tubetto al supermercato sotto casa, forse dobbiamo fermarci e farci delle domande. Vi anticipo la risposta: non c’è una soluzione. C’è che bisogna essere più consapevoli e non pensare mai di avere la verità in tasca.

LO SFUSO E IL VUOTO O A RENDERE

Lo sfuso è sicuramente una buona alternativa, ma anche qui occorre stare sempre all’erta.

Innanzitutto lo sfuso non permette lo stesso livello di conservazione dei prodotti alimentari (su questo la plastica è imbattibile). Ci ricorderemo in tanti il famoso post di Dario Bressanini sul broccolo avvolto nel pack di plastica.

Per andare a comprare sfuso tendenzialmente ci porteremmo dietro la nostra borsina in cotone. Non tutti sanno però che la fabbricazione delle borse in cotone è tra le più dispendiose in termini di energia: la Danish Environmental Protection Agency sottolinea che quelle in cotone organico andrebbero riutilizzate almeno 150 volte per azzerare l’impatto sull’ambiente della loro produzione, quelle in cotone convenzionale almeno 50 volte.

Su questo ci possiamo lavorare!

Il vuoto a rendere sembra l’opzione vincente, anche se ancora non molto in uso, soprattutto in grandi città dove gli spostamenti sono più lunghi e più caotici. In Germania l’Ufficio Federale dell’Ambiente ha comprovato che, calcolando la vita complessiva dei diversi tipi di imballaggio (il famoso LCA), il vuoto a rendere inquina meno dell’usa e getta (e che il trasporto dei vuoti non è così impattante come potrebbe sembrare).***

Oh una buona notizia, finalmente!

L’USA E GETTA

Non mi soffermerò sull’importanza della plastica usa e getta in ambito medico-sanitario e in altri ambiti, dove credo sia scontata per tutti.

Mi riferisco a quell’usa e getta del quotidiano.  Appurato che la cannuccia, per noi persone in salute, occidentali, in condizioni igieniche buone etc non è necessaria per bersi lo spritz, ci sono però casi in cui la plastica usa e getta risulta addirittura più sostenibile.

Vediamo un esempio.

Se vi dicessi che è necessaria più energia per produrre una tazza di ceramica che un bicchiere monouso? E che inoltre per lavarla la tazza di ceramica andiamo ad utilizzare notevoli quantità di acqua, magari caldissima, e detergenti, magari dannosi per l’ambiente? Infine il bicchiere di plastica è più leggero e quindi incide meno sui trasporti.

È stato scoperto che “l’impatto di una tazza di ceramica sull’ambiente può essere ridotto solamente se viene utilizzata ripetutamente per molti anni – fra le 500 e le 3.000 volte, secondo la TNO, organizzazione olandese per la ricerca scientifica applicata. […] Complessivamente, i costi occulti di una tazza di ceramica sono del 20% superiori a quelli dei bicchieri monouso.”**

E QUINDI?

E quindi cosa facciamo? Ci troviamo in una impasse, senza risposta univoca.

Occorre valutare caso per caso.

Occorre davvero pensare in grande, guardando ogni cosa da più punti di vista. Senza andare alla ricerca di una perfezione green che non esiste.

Occorre informarci, senza fermarsi alle apparenze. Ascoltare le diverse campane, confrontarci con chi la pensa diversamente e comprendere i loro perchè, che non significa poi per forza condividerli.

Occorre non banalizzare un haghtag, come quello del #freeplasticjuly, ergendolo a simbolo di una lotta che ha mille sfaccettature.

Occore comprendere come qualsiasi nostra scelta possa dare quel quid in più al nostro percorso sostenibile: dallo spazzolino in bambù alla rinuncia alla carne, dallo shampoo solido al fare meno figli. Sono tematiche scottanti e molto più grandi di noi. Ma occorre affrontarle.

Occorre ripensare completamente  al nostro modo di vivere e di concepire l’uso delle cose: sganciarsi dalla concezione del consumo delle materie prime, qualunque esse siano, abbracciando il principio di economia circolare che sta alla base del Green New Deal. Ma di questo parleremo un’altra volta.


DISCLAIMER: Tutte le informazioni di cui sopra sono frutto dei miei studi e delle mie ricerche. Vi invito sempre a seguire i divulgatori, gli scienziati, i climatologi e le altre figure di riferimento della comunità scientifica.

Altre fonti citate:
* Comparison of Life Cycle Assessment of PET Bottle and Glass Bottle
** Summary Research Drinking Systems, 2007. TNO http://www.tno.nl/downloads/2006-a-r0246e_b_summary.pdf
*** Dal libro: 50 piccole cose da fare per salvare il mondo e risparmiare denaro, di Andreas Schlumberger

Published by Le citazioni della fè

Sostenibilità in pillole

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